Più volte mi sono chiesto cosa distinguesse l'architettura dalle altre discipline. La giustapposizione di architettura-moda-design tipica della mondanità culturale mi ha sempre disturbato, in un modo istintivo ed epidermico, quindi molto difficile da descrivere e da giustificare. Mi sono sempre chiesto se non fosse altro che per una mia forma di intolleranza verso discipline vicine e simili tra loro, per una forma di gelosia verso l'architettura - la mia scelta di studio. Oppure peggio, se non si trattasse di una forma di integralismo moralista verso le arti più leggere e volubili - con ondate momentanee di ostilità savonaroliana anti-vanità. Mi sono sforzato sempre di capire il nesso, di coprire il gap, e di trovare una collocazione alle cose che non mi desse sui nervi e allo stesso tempo di restituire un degno valore a discipline considerate tuttora inferiori per impegno intellettuale - non credo infatti che la moda, o meglio, lo stile, debba essere affatto qualcosa di frivolo, ma che venga - per qualche strana ragione socio-culturale che andrebbe approfondita (vedi nota tre) - monopolizzata da un apparato finanziario e culturale che fa della superficialità il proprio mezzo di affermazione - specie in termini di mercato.
Alcuni elementi di stile e di ironia, poi, ritornano anche nella storia dell'architettura in varie epoche. Superato il pregiudizio razionalista per cui questi elementi sarebbero distaccati dall'architettura "che è solo scienza, mentre quelli sono arte, perché senza scopo", ho cominciato a pensare allo spazio comune di queste forme di creatività umana. Tutte in realtà a modo loro utili, tutte a modo loro commoventi e poetiche - quando si centra il bersaglio.
Nota uno: il design e la moda anticipano spesso l'architettura, in quanto sono più ricettivi: le persone coinvolte nella progettazione sono di meno, il capitale da investire è minore, minore la grandezza dell'opera e dei mezzi di produzione. Più rapidi i tempi di progettazione ed esecuzione. Più facile trovare committenti coraggiosi.
Allo stesso tempo sono più volubili, quindi meno capaci di riflessioni epocali e meno dotati di elementi di inerzia che assumono, in un edificio o in una città, grande forza evocativa - monumentalità.
Nota due: c'è una contraddizione, specie nella società moderna, tra le persone coinvolte negli effetti della progettazione, e la diffusione delle competenze, cioè la capacità dell' utente di comprendere il processo produttivo di ciò che adopera. Quasi chiunque può comprendere la moda, in pochissimi capiscono la città. Ma la moda ha effetti sull'esistenza delle persone molto meno dilaganti di quelli della realtà urbana. Inoltre chi si interessa di moda, come acquirente, è in grado di fare delle scelte e partecipa di fatto alla tendenza dello stile, condizionando la sensibilità generale, mentre nessuno può sottrarsi alla realtà urbana e pochissimi possono modificarla.
Nota tre: la moda e il design per loro natura - anche per ciò che si è detto alla nota uno - hanno un fattore politico molto più ridotto, e sono perciò facilmente assimilabili ad oggetti di consumo qualunque - pur non essendolo! L'edificio e la città, tuttavia, reclamano una riflessione sociologica, antropologica e politica molto più profonda. E' per questo che nella comunicazione contemporanea, accostando l'architettura a moda e design si tende ad assimilare la prima alle seconde, piuttosto che arricchire le seconde di visioni più approfondite e generali generate dall'architettura e dalla città. Ecco l'origine della mia irritazione! Si preferisce questa strada per evitare l'implicazione politica, schivare l'impegno intellettuale, laddove richiederebbe una presa di posizione su temi collettivi e non individuali. Lo scopo è vendere. L'oggetto della comunicazione preferito quindi è l'individuo, non la comunità. L'individuo gestisce il suo portafoglio consumando come crede, la comunità sceglie i propri investimenti attraverso le istituzioni politiche, o le fondazioni bancarie. Tutto è molto più complesso. Ma così anche moda e design vengono impoverite e ripulite definitivamente da ogni rischio di implicazione antropologica e sociale e non vengono più inserite nelle loro scene naturali: la stanza, l'edificio, la piazza, il quartiere, la città. Stanno sugli scaffali e nelle vetrine. L'incanto dell'individualismo consumista impone il suo punto di vista falsamente ingenuo e banalizzante sul mondo.
Citazioni:
La casa deve piacere a tutti. A differenza dell’opera d’arte che non ha bisogno di piacere a nessuno (...)Dunque la casa non avrebbe niente a che vedere con l’arte, e l’architettura non sarebbe da annoverare tra le arti: Proprio cosi. Soltanto una piccolissima parte dell’architettura appartiene all’arte: il sepolcro e il monumento.
Adolf Loos - 1910
Il mio concetto di architettura abbraccia l’intero ambiente della vita umana; non possiamo sottrarci all’architettura, finché facciamo parte della civiltà, poiché essa rappresenta l’insieme delle modifiche e delle alterazioni operate sulla superficie terrestre, in vista delle necessità umane, eccettuato il puro deserto.
William Morris - 1881
Tutti noi architetti, scultori, pittori dobbiamo rivolgerci al mestiere. L'arte non è una professione, non c'è alcuna differenza essenziale tra l'artista e l'artigiano... Formiamo una sola comunità di artefici senza la distinzione di classe che alza un'arrogante barriera tra l'artigiano e l'artista.Insieme concepiamo e creiamo il nuovo edificio del futuro, che abbraccerà architettura, scultura e pittura in una sola unità, e che sarà alzato un giorno verso il cielo dalle mani di milioni di lavoratori, come il simbolo di cristallo di una nuova fede.
Walter Gropius - 1919
Gli esseri umani vanno serviti e sono raggiunti dall'attività progettante non solo come consumatori, al termine del ciclo, ma in questo processo vanno accaparrati all'opera come collaboratori e maestramze; ogni passo deve essere accettabile, comprensibile, convincente tanto da assicurare la collaborazione necessaria.
Richard Neutra

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